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Sapore di mare

Tema assegnato, “Il costume da bagno”. Modalità di svolgimento, “Associazione di idee”. Analisi catartica, “Ragionamento filante ”. Eh, già, perché fermarsi un momento, resettare il cervello, immettervi la parola chiave e...

...vedere cosa ne salta fuori, per poi collegare fra loro i concetti, è una tecnica primaria dei pensatori del Terzo Millennio. Che, per meglio cogliere nel segno, devono dimostrare di essere in grado di sdoppiarsi, ossia analizzare le cose della vita da più punti di vista. Trattasi di regola di scuola, financo manieristica, ma da sempre foriera di buoni risultati, vieppiù se utilizzata con criterio. Regola che ho ritenuto opportuno sposare in questa occasione. Ebbene, come professionista, esperto di fenomeni sociali, ho subito collegato l’argomento iniziale al Comune senso del pudore, alla sua storia, al suo cambiamento nel corso degli anni. Come uomo, ho rivisto in un triplice, magico flash-back, assolutamente scevro da influenze spazio-temporali, perché qui di emozioni pure si parla, Ursula Andress uscire dal mare in bikini bianco, cinturone e pugnale (film “007 Licenza di Uccidere”); Brigitte Bardot prendere il sole sulla spiagge di St. Tropez e Cannes, con reggiseno a balconcino, a leziosi quadrettini bianchi e rosa, capaci di creare un armonioso mix con i pizzi in puro lolita-style dello slip; e Marilyn Monroe colpirmi al fegato con il costume indossato nel film Niagara, per poi mettermi definitivamente ko con il sensualissimo, ma allo stesso tempo struggente vedo-non-vedo in piscina, girato per l’incompiuto Something's Got To Give, appena prima di mettere fine alla sua travagliata esistenza… Ma come uomo e professionista, all together, avevo la necessità di ripetere l’esperimento su ragazze, donne e signore, fissandone le scelte.


Detto fatto, ho interrogato a bruciapelo trenta appartenenti al gentil sesso, oscillanti fra i 20 ed i 50 anni, che hanno dimostrato di avere idee ben chiare ed attuali, visto che la triade scaturitane risulta senz’altro meno datata e romantica della mia. Le associazioni-lampo chiamano in causa, per acclamazione, il Rocco Siffredi visto nello spot televisivo di un’azienda di patatine, il David Beckham apprezzato testimonial di underwear ed il “ragazzo sul gommone, con il costume bianco, in mezzo al mare” scelto da Dolce & Gabbana per la pubblicità di un loro profumo. Come si può notare, l’ultima hit non ha ne’ nome ne’ cognome, ma non dipende certo dal sottoscritto (che, anzi, provvede a colmare la lacuna, celebrando l’inglese David Gandy, protagonista di una campagna realizzata in quel di Capri), perché la frase a compendio della segnalazione era sempre la stessa, praticamente una litania, “non so come si chiama, ma non importa…”
Ovviamente, sia le scelte maschili sia quelle femminili necessitano di spiegazioni e codici di lettura, ma soprattutto vanno attentamente confrontate. Per mia parte, ho rievocato solo e soltanto bikini (no perizoma e costumi interi) con una piccola digressione verso il nudo non palesemente esibito, mentre le donne hanno guardato solo allo slip classico (no boxer e tute da nuotatore). Io ho puntato il dito sui miti del cinema, senza badare ad eventuali effetti pratici, mentre la controparte ha spaziato fra calcio, moda e mondo del porno, avendo cura di tenere una porta aperta verso la possibilità di incontrare i simboli in splendida forma.

Niente di nuovo, perchè questo atteggiamento sta raggiungendo livelli parossistici nelle giovanissime, che farebbero di tutto per i loro idoli musicali, televisivi e cinematografici. Ma questa è tutta un’altra storia che, pur se socialmente interessante, ci farebbe perdere di vista il vero argomento dell’articolo. Tornando al quale, per ciò che mi riguarda, so di aver colpevolmente trascurato le indimenticabili Ragazze di Ipanema, in primis quella Héloisa Pinheiro che ispirò la celeberrima bossa nova composta da Antonio Carlos Jobim sui versi del poeta Vinicius de Moraes e quella Rose Di Primo, cui la leggenda vuole si debba l’invenzione del tanga, ma come al solito le scelte si rivelano dolorose, soprattutto a posteriori. Quanto alle scelte femminili, mi sono rammaricato, ma non certo stupito, come evidenziato in precedenza, di non aver sentito alcuna delle intervistate rammentare i boxer da surfer, i boxer di Un mercoledì da leoni, ho avuto l’ennesima conferma che il Tarzan-style non tira più e che il costume ascellare di Fantozzi non ispira nemmeno un pizzico di simpatia…


Scherzi a parte, vale ora la pena di passare alla storia del comune senso del pudore, con particolare, ovvia attenzione alla sezione water-oriented, per chiarire e tratteggiare a dovere i contorni del tema. Il primo vagito deve essere fatto risalire ai primi secoli d.C., come ben testimoniato dai mosaici di Piazza Armerina, in cui compare una giovinetta con indosso un bikini. Pare però che all’epoca ed anche in seguito non servisse per nuotare, perché in mare si entrava nudi e che quindi fosse utilizzato in atletica, danza e scuole di ginnastica. Anyway, noi non ci possiamo permettere di prenderla così alla lontana e saltiamo a piè pari al 1825, quando Maria Carolina di Berry, moglie di Carlo Ferdinando di Borbone, considerata la prima, vera bagnante della storia, fa scandalo entrando in mare con un abito di lana pesante, calze e scarpe di vernice. Se si pensa che le dame di quegli anni venivano accompagnare in carrozza fin sul bagnasciuga e si facevano solo sfiorare dall'acqua… Da qua in poi, è una corsa ad eliminazione del tessuto.

Nel 1870, gli abiti si accorciano e le gonne delle sopravvesti si fanno meno ampie. Verso la fine del secolo compaiono le prime magliette a righe bianche e blu, i decori marinari, i busti volti a mettere in evidenza il vitino sottile, i gonnellini a campana ed i pantaloni più aderenti o alla zuava. Agli albori del nuovo secolo, gli uomini fanno il bagno con costumi a righe orizzontali, ma nel 1907 Annette Kellermann, campionessa australiana di nuoto, viene additata al pubblico ludibrio, perché osa mostrarsi a Boston indossando una sorta di calzamaglia a gamba lunga. E' il pigiama la novità balneare di fine Anni Venti, bisogna però aspettare gli Anni ‘30 e l’invenzione del Lastex, per vedere i primi costumi veramente aderenti, destinati, in seguito, a fare la fortuna della bellezza al bagno, Esther Williams. Le scollature sulla schiena si ampliano e, dal 1932, i pantaloncini iniziano a staccarsi dal corpetto.


Ma la svolta sexy è datata luglio 1946: mentre gli americani sperimentano le bombe all’idrogeno in un atollo della Micronesia di nome Bikini, l’ingegnere Louis Réard presenta a Parigi, ai bordi della piscina Molitor, un costume a due pezzi, battezzandolo come il luogo atomico. Visto che nessuna modella si presta ad indossare il prototipo, è la spogliarellista del Casino de Paris, Micheline Bernardini, a salire alla ribalta mondiale, guadagnandosi una marea di proposte di matrimonio. Gli eventi precipitano. Nel 1947, Lucia Bosè vince Miss Italia, indossando il capo incriminato, che ancora tiene coperto l’ombelico. Poi, arrivano Sofia Loren, Silvana Pampanini e Gina Lollobrigida, ma soprattutto Brigitte Bardot e Marilyn Monroe, che fanno scendere i bordi dello slip. Nel 1956, Marisa Allasio sconvolge gli italiani indossando nel film Poveri ma belli il bikini più succinto del periodo. Nello stesso anno, sulla spiaggia di Ostia, Anita Ekberg viene fermata, portata in caserma, verbalizzata e multata per oltraggio al pudore. Ciò accade anche a decine di altre turiste svedesi, tedesche e finlandesi, un po’ ovunque. Motivo? Il governo del Bel Paese sguinzaglia sulle spiagge poliziotti e carabinieri che, metro alla mano, hanno il compito di controllare che le dimensioni del bikini siano regolamentari, ossia conformi alla pubblica morale (peraltro, variabile da regione a regione). Alla fine del decennio, a Porto Cervo, dallo yacht dell’Aga Khan scende Margaret d’Inghilterra, figlia della regina Elisabetta, con un due pezzi succinto: da quel giorno, l’indumento è definitivamente sdoganato.

Ma chi si ferma è perduto: nel 1964, l’ex ballerino viennese Rudi Gernreich lancia il Monokini o Topless che dir si voglia e sempre nello stesso anno la modella americana Tony Lee Shelley si presenta sulle rive del lago Michigan con un paio di pantaloncini corti, alti in vita e sostenuti da due bretelline incrociate sul seno nudo… A questo punto, come i giocatori di poker sanno bene, l’unico rilancio possibile è il cielo. Via quindi al Pubikini, con slip tanto basso da lasciar intravedere la prima fila di peli pubici ed al Nudismo, figlio della voglia di libertà sessuale di matrice post-sessantottina e dell’impatto con Isola di Wight e Hippies. Più in là non si può andare, così nel 1972 si riguadagna qualche centimetro di tessuto con l’invenzione del Tanga, della cui probabile inventrice è stato svelato il nome qualche decina di righe fa.


Da quel momento in poi tutto è più o meno lecito, il comune senso del pudore diventa un fatto personale e di difficile delimitazione. Ma da questa insolita ricerca è emerso un dato assolutamente inaspettato: la diffusa ignoranza sulla reale differenza fra tanga e Perizoma, capo di cui non abbiamo volutamente trattato in precedenza, per lasciargli l’onore della chiusura ad effetto. Il primo vanta una parte posteriore di dimensioni più o meno analoghe a quella anteriore, con il risultato di lasciare il sedere solo parzialmente scoperto. Il secondo, invece, presenta sul retro un filo di tessuto, molto più piccolo di quello visibile sul davanti, ragion per cui le natiche risultano divise da una sorta di filo interdentale, che non lascia praticamente alcunché all’immaginazione. Attenzione, però, in caso di ulteriori dubbi, al fine di evitare brutte figure sul bagnasciuga od a bordo piscina, meglio recarsi in un beach-shop per un confronto all’americana, perché un grafico non lo possiamo proprio fare, in questo caso…





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