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Bicchieri rotanti!

Dopo l’uragano Tiki ed il tornado Molecolare, un’altra terribile minaccia incombe sul mondo del bar: dal futuro arriva Makr Shakr, il Barman Robot. Forse, era meglio tenersi Goldrake…

Sfinito da tante chiacchiere, trasmissioni e articoli di cucina e starchef, il settore food pare aver raggiunto la saturazione. Mentre i ristoranti chiudono, c’è la corsa a parlare di sformati, cuochi in rampa di lancio e scuole per imparare a tirare la sfoglia o, peggio, a dar vita a blog di critica gastronomica. Niente di meglio, quindi, che trovare un nuovo idolo, il barman. Che, intendiamoci, se lo merita. Se bravo e preparato, ovvio. Perché la differenza fra un cocktail elaborato da chi lo sa fare ed uno che dice di saperlo fare è abissale. Perché vedere un professionista all’opera è armonia, mentre un barista fai-da-te è distonia. Perché l’attesa di un buon drink è l’estasi, mentre la fretta di ricevere “una cosa” da bere è il tormento. Il fatto è che, ancor peggio dell’ambito gastronomico, il segmento beverage si ritrova, improvvisamente, ad essere preso d’assalto da una miriade di persone che non ne sanno un beneamato tubo.

Tale affermazione tira in ballo sia chi vuole esercitare la professione sia chi si arroga il compito di giudicare. Non c’è molta differenza fra chi ci stordisce tentando di spiegare quanto è buono il suo drink (che, invece, è una ciofeca) e chi vuole dimostrare a tutti i costi di essere un esperto in materia, senza averne le basi. A questo proposito, proprio l’altra sera abbiamo incontrato una produttrice televisiva che non ne voleva sapere di interrompere (pur pregata in ginocchio) una discussione basata su chi fosse il miglior barman di Milano. Tutto nasceva dall’incontrovertibile dato di fatto che lei beve daiquiri da trent’anni e che, quindi, ben sa… Tristi esperienze quotidiane a parte, torniamo allo status quo del settore che, superate a malapena le smanie da flair a prescindere (tentativi di evoluzioni scenografiche, indipendenti dalla bontà dei drink), retaggio della disco explosion degli Anni ’90, si ritrova a far fronte a due, devastanti perturbazioni modaiole, l’uragano Tiki e il tornado Molecolare.

Due tendenze di particolare rilievo che, buttate in pasto all’opinione pubblica in modo dissennato, si ritrovano ad essere spesso e volentieri proposte e sviluppate in maniera ridicola, viste le migliaia di pseudo-hawaiani e le nuove orde di novelli Cagliostro, stagliatisi all’orizzonte. Meglio non insistere, dunque, sulle iniziative degli sbiellati ed assicurare tutto il nostro appoggio ad iniziative di alto livello qualitativo e divertimento assicurato. Tipo l’appuntamento seriale (praticamente, una one night del buon bere) Mi casa es tu casa, in scena al Mo.Wa di Marina di Ravenna (Viale delle Nazioni 177). Per il secondo anno di fila, mercoledì dopo mercoledì, si presentano dietro al bancone del locale, Tiki stars and classic mixologist, ossia alcuni fra i migliori barman sulla piazza, fra cui Matteo Zed, Patrick Pistolesi, Alex Frezza, Boudewijn Mesritz e Alex Kratena. Che, talvolta, raddoppiano il loro impegno al fine di divulgare la loro arte in modo didascalico. Ciò grazie all’attivismo della Caribbean Bar Academy capitanata da Jimmy Bertazzoli, in grado perfino di arrivare ad organizzare degustazioni in catamarano, in mare aperto.

La seconda iniziativa da non perdere è l’interessante Seminario Futurista comprensivo di degustazione di polibibite, placafame e svegliastomaco, tratte dalla Cucina Futurista di Filippo Tommaso Marinetti e Luigi Colombo alias Fillia. Il miscelatore, nonché fine dicitore è Fulvio Piccinino che, dopo le tappe di Torino (Diamond Club) e Parigi (Selective Art Kfé), approda in quel di Londra (Quo Vadis. 26, Dean Street) il prossimo 1 luglio. Data in cui, a tenergli botta, sono Jonatan Abarbanel, Mario La Pietra, Luca Missaglia e Leonardo Leuci. Nel corso dell’appuntamento vengono trattate le teorie legate a cucina e bevande, sviluppate dal Movimento Futurista, nato nel 1909. Chissà, forse ascoltando le parole e guardando le movenze dei relatori possiamo meritarci l’illuminazione divina e comprendere da quale mente votata alla “radiosa magnificenza del futuro” sia scaturita l’idea primordiale di Makr Shakr, “il robot barman che anticipa la terza rivoluzione industriale”.


Stiamo parlando di un prototipo, che è stato testato in anteprima nel corso dell’ultimo Salone del Mobile di Milano, in occasione del quale è stata organizzata anche una conferenza stampa, da dimenticare. Che non è certo servita a spiegare il perchè, in tempo di crisi, due importanti aziende di beverage abbiano investito assai, per dar vita a tre bracci robotici, finalizzati alla preparazione di cocktail pessimi. Certo, il progetto, il cui concept è del MIT Senseable City Lab e la cui produzione va attribuita alla Carlo Ratti Associati (Walter Nicolino & Carlo Ratti), è senz’altro scenografico, ma nasce con un’idea di fondo fuori da ogni logica, “preparare un drink con il telefonino”… L’intenzione è quella di consentire alle persone di inventare cocktail via palmare, per poi mixare gli ingredienti come barman virtuali. La realizzazione è, ovviamente, a carico del robot, sorta di Goldrake in versione barista futuribile.

Orbene, le ricette possono in tal modo essere sviluppate con dosaggi alcolici assolutamente sballati e dar vita a drink fuori dalla grazia di Dio. Come abbiamo potuto testare. Il tutto, in un momento in cui il problema dell’alcolismo giovanile sta assumendo contorni assai gravi. Da combattere. Se, come appare chiaro, l’interesse primario era quello di fare notizia, perchè non accontentarsi di relegare l’esperimento al ruolo di installazione o performance artistica? Fatto sta che, quasi a voler far risaltare ancor più le pecche del loro gioiello, i registi di questa bella trovata sono arrivati a coinvolgere un barman di livello assoluto, quale Dario Comini, in una sorta di confronto all’americana con il mostro tentacolare. Forse, date le circostanze, Dario avrebbe fatto meglio a rifiutarsi di partecipare ad un tale, insulso back to back, ma sappiamo bene che, di questi tempi, sono gli sponsor a dettare legge…

Certo è che il confronto non c’è stato: i drink del robot erano imbevibili e le sue movenze sgraziate al punto tale che era più il liquido versato per terra di quello dentro ai bicchieri. In definitiva, nonostante nel comunicato stampa si legga che “Roberto Bolle, ballerino etoile della Scala di Milano e primo ballerino dell’American Ballet Theatre, insieme al coreografo Marco Pelle, hanno ispirato i gesti del robot”, il risultato finale lascia pensare ad un lavabicchieri tecnologico piuttosto che ad un barman robot. Chi ne sentiva il bisogno? In circolazione, ci sono già tanti lavabicchieri che si atteggiano a barman professionisti…



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